"Non rubare" SETTIMO COMANDAMENTO



Il settimo comandamento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni in qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano…..(C. Ch. Cat, 2401). Si tratta di un comandamento molto importante, che coinvolge tante questioni delicate: il problema della proprietà privata, la destinazione universale dei beni, la virtù cardinale della giustizia, i rapporti con lo Stato in ordine alla tassazione, etc.

I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano, anche se esiste il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta da altri in eredità, oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. Si commette furto quando si prendono di nascosto beni altrui. La rapina è sottrarli con la violenza. La frode è il furto che si commette ingannando con imbrogli, documenti falsi, ecc., o negando il salario dovuto. L’ usura consiste nel pretendere un interesse superiore al lecito per danaro dato in prestito (approfittando, in genere, di una situazione di necessità).

Rientrano nell’infrazione del settimo Comandamento i due peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio: oppressione dei poveri e frode del giusto salario agli operai. I poveri, lungi dall’essere oppressi, devono essere oggetto di attenzione particolare non solo da parte della Chiesa, ma anche da parte delle autorità civili e di tutti coloro che, per aver avuto in sorte una maggiore disponibilità di beni materiali, non per questo possono abusarne, ma anzi sono tenuti a supplire con la loro abbondanza all’altrui indigenza.

«Sono pure moralmente illeciti: la speculazione, con la quale si agisce per far artificiosamente variare la stima dei beni, in vista di trarne un vantaggio a danno di altri; la corruzione, con la quale si svia il giudizio di coloro che devono prendere decisioni in base al diritto [per esempio, la subornazione di un impiegato pubblico o privato]; l’ appropriazione e l’ uso privato dei beni sociali di un’impresa; i lavori eseguiti male, la frode fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero. Arrecare volontariamente un danno alle proprietà private o pubbliche è contrario alla legge morale ed esige il risarcimento». (C. Ch. Cat, 2409).

Chi ha commesso un’ingiustizia deve riparare il danno causato nella misura in cui questo sia possibile. La restituzione di ciò che è stato rubato – o almeno il desiderio e il proposito di restituire – è necessario per ricevere l’assoluzione sacramentale. Il dovere di restituire obbliga con urgenza: il colpevole ritardo aggrava il danno del creditore e la colpa del debitore. Esenta dal dovere di restituzione l’impossibilità fisica o morale, finché essa dura. L’obbligo si può estinguere, per esempio, se il creditore condona il debito. (C. Ch. Cat, 2412).

La nostra vita non dipende dai beni che abbiamo, ma dalla grazia che ci viene concessa. Perciò Gesù ci raccomanda di non attaccarci morbosamente alle cose materiali e di stare lontani dall'avarizia che è un furto verso chi è bisognoso: "Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni" ( Lc. 12,15).

Ricordiamo che nulla abbiamo portato in questo mondo e nulla possiamo portare nell'altro. Usiamo ciò che possediamo, ma senza esserne posseduti: "Chi accumula ricchezze è il più povero dei poveri, perché non è padrone di se stesso: sembra un possessore, ma in realtà è dal denaro posseduto".  (Sant'Antonio di Padova)